Qui di seguito l’intervista che gli alunni della IE dell’istituto Galvani hanno fatto allo scrittore e regista teatrale Gigi Gherzi.

 

Gigi Gherzi: «Cosa vi è sembrato più difficile nello scrivere una storia?»

Alunni: «Andare avanti!»

Gigi Gherzi: «A me succede sempre perché se uno ha tante idee in testa, non sempre riesce a ordinarle. Io cerco sempre di capire qual è la lite più grande che c’è all’ interno di quel racconto, o di quel romanzo. Per fare un esempio: il conflitto tra un cane che vuole essere libero e un padrone che lo tiene stretto stretto con la catena. Ci dobbiamo chiedere come va a finire quella lite. Normalmente la lite c’è nei racconti, qualcuno dice che se non si litiga nella vita non c’è neanche storia. Ci sono due persone e cose che non vanno d`accordo, in tutti i film c’è la lotta tra qualcuno. Anche se sono liti non violente, senza armi, magari sono solo discussioni. Anche voi nelle vostre storie avevate una lite?»

Alunni: «Sì, la lite di Cacerentola e Jampiere!»

Gigi Gherzi: «Ecco, anche in tutti i film famosi c’è un litigio, anche se il finale è bello e positivo, prima ci sono delle prove da affrontare. I protagonisti delle favole quanti litigi, quante lotte devono affrontare? Pensate a Cenerentola, o Biancaneve. C’è sempre un contendere. Per esempio, quanti nemici ha Ulisse nell`Odissea? Se il personaggio risolve questa lite cresce. Anche nella vita ci sono problemi e conflitti e se vengono risolti si cresce, altrimenti non è che non si cresca, ma è più complicato. C`è lotta nella vita. Ci saranno nemici, dovrete fare delle battaglie.  Magari vi è già capitato di dover lottare. Io ho lottato con una timidezza enorme alla vostra età. in ogni gruppo mi sembrava sempre di essere il più scemo. Avevo studiato e letto troppo e facevo fatica a rapportarmi, parlavo di cose che agli altri non interessavano. Poi ho lottato quando mia mamma ha cominciato a stare molto male e anche mio padre. Ho lottato per fare questo lavoro. Continuo a lottare, ma trovo che questo sia molto vitale. Anche nella scrittura è così. Bisogna reagire, tirare fuori il meglio di noi stessi».

Alunni: «La passione di scrivere nasce da quando sei bambino?»

Gigi Gherzi: «Io ero un secchione e a me è nata da bambino. Quando avevo del tempo libero, lasciavo perdere i libri di scuola (voi non fatelo!!). Avevo i miei libri che leggevo e rileggevo; la passione del leggere si rafforza con la passione dello scrivere. Da piccolo tenevo un diario, poi a 19 anni ho scritto delle poesie, a 20 il primo spettacolo teatrale, poi racconti, romanzi…Ma non è detto. Ci sono alcuni che per buona parte della loro vita non considerano per niente i libri, e a un certo punto li scoprono. Come mio padre, che era ragioniere di famiglia povera e ai libri si disinteressava proprio, finché un giorno andò a fare una gita alla Pinacoteca di Brera. In quelle sale, come dice lui, gli era  salito dentro “un magun, una comosion che non sapevo minga…”  Ci tornò e scoprì che lì dentro c’era la più grande passione della sua vita. È diventato addirittura il suo secondo lavoro: studiare e scrivere articoli su pittori anche sconosciuti. A lui è successo da grande, l’importante è che succeda»

Alunni: «Quando uno scrittore scrive un libro, le idee dello scrittore sono diverse o sono sempre le stesse idee?»

Gigi Gherzi: «Ogni persona ha delle corde, e gli piace parlare un po’ di certe dimensioni della vita. A me piace ad esempio piace parlare di adolescenti e di ragazzi dai 9 anni in su, non di quelli più piccoli, ma solo perché non li conosco bene. Poi mi piace parlare di persone fragili, instabili di carattere, anche perché le avevo nella mia famiglia. Mia madre era fragilissima, quindi continuo a parlare di quella condizione. La mi terza corda è il viaggio, mettersi in viaggio. Sono sensibilità più che argomenti che trovano storie, protagonisti sempre differenti. E ci sono anche parole a cui uno si affeziona.

La parola fragile è magica perché vuole dire due cose insieme.

Quel ragazzo lì è fragile può essere detto in senso negativo, ma una cosa fragile è anche una cosa preziosa. Ci sono parole che vogliono dire cose differenti insieme. Sono parole interessanti, segnalano che c’è qualcosa da scoprire, parole affascinanti. Segnano difficoltà ma anche ricchezza, la fragilità in una persona indica anche sensibilità. Anche voi avrete le vostre parole, che ritornano, che vi piacciono. Facciamo un esperimento in diretta: datemi una parola».

Alunni: «Vita!»

Gigi Gherzi: «Proviamo a vedere Vita. C’era una persona che si chiamava Giovanni Testori, che è anche un mio maestro di scrittura, e che diceva questa cosa della vita, è un concetto pesante ma ve lo dico lo stesso: “Salvarla questa povera vita di morte”. Non spaventatevi.

Cosa dice Testori: noi sappiamo che la vita si conclude con la morte, e che è piena di difficoltà, povera, ma bisogna salvarla. Vita prende due significati: povera e sacra insieme, quindi da salvare. La parola è un territorio da indagare. Che racconto posso fare partendo da questo? Già può venire in mente una trama o uno spunto narrativo.

Sensibilità è come Fragile. È un grosso valore, ma nel mondo di oggi per questo possono prendersi gioco di te. Soprattutto alla vostra età, che ho attraversato anche io, si può essere presi in giro. In certe compagnie chi è troppo sensibile viene deriso. La sensibilità ti mette in contatto con la vita. Vedete che c’è sempre una struttura di conflitti.

Dolore. Bellissimo, altra parola molto interessante. Normalmente noi diciamo dolore, che brutta cosa, ma se uno si impedisce sempre di vivere il dolore diventa un po’ cretino. Solo un automa non prova mai dolore. Solo chi non ha sensibilità e intelligenza. Il dolore è una tappa che ci porta verso la gioia. In Grecia 2500 anni fa, c’era della gente che scriveva una cosa che si chiamava La Tragedia. Metteva in scena il dolore, ma anche lo scioglimento di quel dolore. La Catarsi: uno entra così tanto in quel dolore durante la rappresentazione che alla fine è sollevato, l’ha vissuto in quel momento quindi non se lo porterà dietro tutta la vita. Il dolore c’è, quando ti lascia una ragazza, quando vai male a scuola, quando litighi, quando ti sembra di essere il più sfigato del mondo (uso termini bassi perchè così ci capiamo meglio, sono i termini della vita e anche la scrittura li usa). Curiosità. Di nuovo una parola di conflitto. Uno troppo curioso ci sta sulle balle, soprattutto se si fa i fatti nostri. Ma è anche una spinta molto bella a sapere della vita.

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Nelle parole interessanti ci sono sempre due aspetti. Paura è qualcosa che spesso ti blocca. Se tu hai sempre paura non vivi e non riesci a fare niente. Le prime volte che facevo gli spettacoli avevo paura, molta paura. Sei dietro le quinte e te la stai facendo sotto. Col tempo la paura è quasi del tutto scomparsa. Ne è rimasta solo un pelo. Quelli che non hanno neanche quel pelo di paura non recitano bene. La paura dà spesso il senso del limite. Se cammini di notte in un quartiere malfamato la paura è data dall’attenzione concreta a una situazione pericolosa. Mobiliti tutta la tua intelligenza per non farti fregare. Ragazzi, è un bel vocabolario! Guerra. La guerra è brutta e non fa bene, nello stesso tempo è importante che in certi momenti della nostra vita le diamo un significato positivo. È importante che nella vita entriamo in guerra con qualcosa che non ci piace, senza troppe mediazioni. Quando non sopportiamo qualcosa. Io sto preparando uno spettacolo sulle condizioni delle abitazioni gestite dall’ Aler, l’istituto che si occupa delle case popolari a Milano. Io sono in guerra con loro perché proprio mi stanno sulle balle. Ogni parola nasconde il suo contrario. C’è un primo significato che arriva subito, per esempio con guerra arriva prima quello negativo.

Pace, è una parola molto positiva, apparentemente. C’è un cantante che amo molto, Fabrizio De André, che parla di un posto dicendo che c’era una pace terrificante. La pace conquistata è bella. Quando non succede niente invece, non parla nessuno, quella è una pace a cui stare attenti.Vivi ma sembri già morto».

Alunni: «Il tuo ultimo libro di cosa parla?»

Gigi Gherzi: «Ci sono persone nella città che hanno una vita molto difficile, sembrano normali ma fanno fatica a vivere, si vergognano. Un’insegnante precaria che non trova più la sua cattedra e che, abituata la mattina ad andare a scuola a insegnare non può più.

Un ragazzo di 19 anni che va molto male a scuola. Una ragazza che va a fare uno stage in un agenzia di pubblicità e viene pagata molto poco ed è angosciata che non la prenderanno mai a lavorare. Sono andato in un posto che si chiama ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, e ho conosciuto persone che fanno molta fatica nella vita.

Mi interrogo sul motivo in comune di questa fragilità e su come superarla. Nel libro (…) racconto storie del Nicaragua, paese in cui ho lavorato parecchio tempo. Lì ho conosciuto i bambini di strada. Altro che conflitto lì! Quanti ne vedi! Non hanno famiglia né casa. Mi è piaciuto raccontare come questi bambini siano portatori di storie terribili ma anche di capacità straordinarie, altrimenti non sopravvivi in strada. Infatti la metà muore prima di 17 anni.

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Nel libro (..) parlo di una donna che nasce in quel lontano paese, analfabeta, che si ritrova in strada e diventa il primo capo femmina di una banda criminale. Poi ha un delirio in cui inizia a drogarsi e scopre che il suo destino è tornare nella strada ma per tirarci fuori i bambini. È un personaggio straordinario, che ha grande coscienza del suo percorso di vita. Vedete quanti conflitti? Questa donna ha sciolto dei grandi nodi della sua vita a 40 anni. Si può dire che è diventata grande a 40 anni. Io invento storie, ne ho inventate tante ma poi mi sono messo in tasca il registratore, sempre più piccolo, così è più facile che chi intervisti se lo dimentichi. Prendo appunti, e parlo con le persone. Con quella donna ho parlato 40 ore. Quando inizi a parlare, la prima ora serve per scaldare il motore. Le cose vere nascono dopo, quando uno è stanco e si dicono le cose come stanno. Poi non trascrivo le storie fedelmente, le riscrivo con le mie parole. Magari cambio luogo, le intreccio con altre storie. Tante cose non le racconto, se no escono fuori libri di 1400 pagine! Per me è molto interessante farmi raccontare una storia vera. Se voi vi intervistaste l’un l’altro, sapreste che dietro ognuno di voi si nasconde il personaggio di un romanzo, o di una commedia, o di un dramma teatrale e di un racconto. Non esistono vite banali, esistono modi banali di guadare la vita. La realtà è piena di storie straordinarie, ognuno di noi è stupefacente. Cogliere la grande storia che c’è nella vita di ogni persona. Io ci credo proprio.

 

Lo scrittore tira fuori gli elementi con più poesia. Noi eravamo abituati cosi: l’arte era fantasia, la vita era una cosa noiosa, e la vita concreta era quella meno interrogata. Roberto Saviano ha scritto un libro che si chiama Gomorra, e parla della mafia a Napoli. Ne ha potuto parlare perché l’ha vissuta in prima persona. È stata scritta in una maniera da farla diventare anche un grande romanzo. La storia di un vostro amico è una storia importante.

Alunno: «Anche mia zia faceva la giornalista. Faceva l’autostop in giro con il suo cagnolino e un camionista le ha chiesto “tu mi devi sposare”!»

Gigi Gherzi: «Già. Le è andata bene! Poteva andarle peggio.

Certi giornalisti si travestono per avere un rapporto più diretto con la realtà. In Germania un giornalista ha fatto finta di essere un turco per 2 anni. Si era anche messo i baffi per poter scrivere il libro “faccia da turco”, sulla vita dei turchi in Germania. Invece un italiano, Fabrizio Gatti, ha fatto tutta la traversata in mare dal deserto fino a Lampedusa come un emigrato, per capire cosa si prova veramente. Un primo esercizio per scrivere: riportare esattamente che cosa c’è in 200 metri di una strada. Il negozio, il muro, il manifesto sul muro. Delle volte non è vero che guardiamo. Siamo sempre distratti, non sappiamo nemmeno chi stiamo incrociando. La capacità di osservazione è una qualità fondamentale per lo scrittore. Ti fa capire che quella strada che ti sembrava di conoscere, non la conosci per niente. Che tipo di negozi c’è e che cosa vende, quanta gente c’è in giro a una certa ora. Inizi ad avere uno sguardo diverso sulla vita, sui luoghi. Questa cosa la sanno molto bene i fotografi che stanno lì, immobili, finché l’immagine non arriva loro addosso e chiede di essere fotografata. Noi adesso fotografiamo tutto e sempre con il cellulare. Ma bisogna capire cosa ci interessa davvero. Per esempio guardate quel graffito, là fuori. Mi interessa, lo scelgo perché mi dice qualche cosa. Poi ci sono gli esercizi carogna. Che vengono usati in certe scuole americane, per esempio scrivere due pagine su un muro. È estremo, ma interessante. Qui tranquilli non lo faremo. Per entrare in rapporto con la città, dovete guardarla come se non l’aveste mai vista».

Alunno: «Come hai fatto a capire che volevi fare questa cosa, girare, intervistare?»

Alunno: «anche io vorrei scrivere qualcosa!»

Alunno: «Cosa fai quando un titolo di una storia è sbagliato? Per dire nel titolo della nostra storia c`era un refuso».

Gigi Gherzi: «Se è sbagliata la lettera, la ribatti e vabbè, poi si ricontrolla. Ci sono i correttori di bozze. Gli errori banali te li beccano tutti. Il vostro editore assumerà un correttore di bozze».

Gigi Gherzi: «A me piace molto andare a vedere dei posti che non conosco, perché penso che si possono conoscere delle cose che poi mi servono qui. Cose interessanti che capisci là e poi utilizzi qua».

Gigi Gherzi: «Noi dobbiamo pensare che la vergogna non aiuta mai, anche se è normalissimo averla. Vi racconto una storia: la storia di un asino, che a scuola va malissimo in tutto. Un ragazzo che era un grande asino e aveva una sola capacità. Era bravissimo a raccontar balle. “Prof. Io volevo fare i compiti, ma poi è esplosa la caldaia!”. Il suo prof. scorge in lui che è un ballista nato. H l’anima del narratore, dello scrittore. Si chiama Pennacchioni, il ragazzo.  Il professore un giorno gli dice: “parliamoci chiaro. Io da oggi in poi non ti interrogo più, né ti faccio fare le verifiche. Però ti chiedo una sola cosa. Di consegnarmi alla fine della settimana il capitolo di un romanzo, e di portarmelo senza errori di ortografia, perchè questo svilirebbe il rapporto critico con la tua scrittura. Alla fine, esce un romanzo veramente brutto. Però,  dopo 4 anni, l’alunno che è diventato un autore pubblica dei romanzi con il nome di Pennac. Questo perché non ha avuto vergogna. Quando uno ha desiderio di fare una cosa, la deve fare. L’errore è l’unico strumento che abbiamo per progredire. Se non sbagliamo mai, non andiamo mai troppo avanti. Non vergognatevi dell`errore. Cercate di capire  perché l’avete fatto, piuttosto. Io faccio 5, 6, 7 versioni dello stesso libro. Non dobbiamo preoccuparci. Una cosa bella lo è perché gli errori sono stati corretti. Gli affreschi dei grandi pittori del Cinquecento sono pieni di Pentimenti che si scorgono con la lente di ingrandimento.