Giovedì 29 Gennaio è stata nostra graditissima ospite la scrittrice Erminia Dell’Oro. Qui di seguito la trascrizione dell’intervista che le hanno fatto gli alunni della 2°G dell’Istituto Borsi di Milano.

 

Erminia: Quando scrivo ho delle difficoltà. Quali solo le vostre?

Alunni: Per me è molto difficile pensare alla storia!

Erminia: Trovare una storia da raccontare è molto semplice, basta guardarsi in giro. Circa 10 anni fa, ero in posta, e mi si è avvicinato un signore, ben vestito, con un casco in mano, diceva che gli avevano rubato il motorino e mi chiedeva dei soldi per poter chiamare la moglie. Col passare degli anni ho continuato a vedere questo signore, in posta o nelle zone vicine, sempre con il casco in mano, a chiedere dei soldi, non più molto ben vestito e in evidente difficoltà fisica ed economica. L’ultima volta l’ho visto in una grande libreria, sempre con il suo casco, fingendo di leggere, seduto su una poltroncina, per riscaldarsi. Mi ha colpito perché è rimasto incantato nel vedere tre gemellini piccoli, li guardava ammaliato. Lui, costretto a rifugiarsi in una libreria per sentir caldo, ormai anziano, senza niente, tranne il suo casco, guardava con occhi pieni di vita quei tre bambini. Mi sono domandata più volte come sia stata la vita di quest’uomo e se potesse essere una storia da raccontare. Un’altra persona, che vive in stato di emarginazione, la cui storia mi incuriosisce molto è quella di un signore che incontro sulla 91. Lui viaggia tutto il giorno a bordo dei mezzi pubblici e se qualcuno gli domanda perché non preferisca trovare rifugio in un dormitorio risponde “C’è troppo casino!”. Quando invece devo trovare storie per bambini ricorro al linguaggio delle favole e sfrutto la mia immaginazione. Per scrivere occorre aver vissuto, voi siete piccoli ma avete comunque delle esperienze da raccontare o potete attingere alla vostra fantasia. Io da piccola scrivevo favole oppure opere da rappresentare con le mie amiche. Inventavo storie che raccontavano degli zingari, nonostante in Africa, dove sono nata e ho abitato fino ai 20 anni, non ve ne fossero… Per scrivere bisogna anche leggere, io ho sempre letto. Leggere non vuol dire copiare da un altro scrittore, ma può capitare che leggendo vengano in mente delle idee e si prendano degli spunti per il proprio prossimo libro.

Alunni: Lei arriva dall’Eritrea?

Erminia: Mio nonno, nel 1896, dopo la morte della madre, da Lecco si è trasferito in Eritrea. Mio padre, io e i miei fratelli siamo nati tutti lì, ad Asmara, una città che porta con sé molti tratti italiani. Ho vissuto ad Asmara fino all’età di venti anni e in seguito mi sono trasferita in Italia. Mio fratello vive ancora là ed io, tutti gli anni, faccio torno. Sono cresciuta in una realtà sociale e culturale ricca di differenze: ho cari amici ebrei, musulmani, greci, ortodossi e cristiani.

Sara: Erminia, quando noi scriviamo, creiamo pagine e pagine. Come fanno queste pagine, talvolta anche disordinate, a diventare un libro? Ci racconti il processo?

Erminia: Parto con il raccontarvi un aneddoto, anni fa, mio nipote era a casa mia e per tenerlo occupato gli ho fatto scrivere una storia. Una volta terminata gli ho suggerito di rileggerla per verificare che non vi fossero errori e mi ha risposto “non serve rileggerla, è tutto giusto”. Non era esattamente vero, quando l’ho letta mi sono accorta che non c’era nemmeno un accento: li aveva dimenticati tutti. Questo per dire che è necessario, una volta terminato un libro, rileggerlo e correggerlo. L’editore è solito farlo leggere anche ad altre persone, oltre allo scrittore, affinché lo controllino. A volte mi vengono proposte correzioni che non mi piacciono, altre volte invece sono appropriate. Una volta ho trovato un errore, un verbo sbagliato, in un mio libro già stampato, mentre lo presentavo in una scuola, e mi sono molto arrabbiata: nonostante avessimo letto e riletto, controllato e ricontrollato, quell’errore ci era sfuggito. Ragazzi, voi vi divertite a scrivere?

Alunni: Sìììììì!!

Alunno: Io ho scritto un racconto, intitolato “Io ho paura del freddo”, una storia horror, narrata in prima persona. Io, che ero anche il protagonista, aprivo una porta e mi trovavo in una cella frigorifera con una gran puzza di pesce marcio… piano piano avevo sempre più freddo e mi ibernavo… Il racconto l’ho concluso con la frase “brrr che freddo!”

Erminia: tu avevi già il titolo, io a volte faccio fatica a trovare quello giusto.

Alunni: Lei scrive di più di cultura Eritrea o cultura Italiana?

Erminia: In passato ho raccontato molto di più della cultura Eritrea, questo perché, quando sono arrivata per la prima volta in Italia (all’inizio degli anni ’60), mi sono resa conto, parlando con gli Italiani, che non la conoscevano affatto ed io ho voluto fargliela conoscere. Il primo libro che ho pubblicato “Asmara Addio” (edito alla fine degli anni ‘80) racconta molto bene l’Eritrea, per questo motivo ha venduto moltissime copie ed è stato molto promosso dai giornali. In un altro mio libro “L’abbandono” (uscito nel 1991) narro la storia di una donna eritrea, la quale, da una storia d’amore con un giovane italiano, ha due figli. Ai tempi non era permesso il matrimonio fra gli eritrei e gli italiani, vi erano le leggi razziali, e questo ragazzo, come si usava fare, un giorno abbandonò la compagna ed i figli, non solo in una condizione di indigenza economica, ma anche in una situazione difficile culturalmente: per gli italiani, i bambini, erano eritrei quindi inferiori, mentre dagli eritrei erano considerati “sangue infetto”. In un altro mio libro, “La gola del diavolo” (pubblicato nel 1999), ho unito aspetti reali ad alcuni di pura fantasia.

Alunni: Come scrive di solito? Usa carta e penna od il computer?

Erminia: All’inizio scrivevo a mano, poi, arrivata a Milano, ho comprato una “Lettera 22”, la famosa macchina da scrivere. Quando non hanno più prodotto i nastri d’inchiostro per la macchina da scrivere sono tornata a scrivere a mano, ritenendo che il computer non facesse per me, pensavo che mi potesse frenare la fantasia. Alle fine però mi sono arresa ed ora penso che non potrei più farne a meno! Anche se mi piace sempre molto il contatto con la carta e la scrittura a mano, il computer mi aiuta ad esser più ordinata: posso cancellare e riscrivere, senza dover cambiare tante volte il foglio di carta. Mi capitava spesso che perdessi fogli e non li ritrovassi, oppure che impiegassi molto tempo a trovarli, talmente tanto tempo che poi non servivano più.

Erminia Dell'Oro_immagine bio_28.01.2014

Alunni: Per scrivere usa il metodo della scaletta o altri metodi?

Erminia: Non sono solita farlo perché scrivo di getto, una parola di solito ne fa sgorgare un’altra. Devo però ammettere che qualche volta, non tantissime, ho dovuto usarla per arrivare al finale che desideravo.

Alunni: Come fa a scrivere molto? Io quando scrivo faccio già fatica a scrivere un tema.

Erminia: Se uno è uno scrittore deve saper scrivere racconti di 30, 40, 200 pagine. Altrimenti non si può definire scrittore.

Alunno: Una volta ci ho provato a scrivere un libro, ma dopo due pagine l’avevo già finito.

Erminia: Dovevi provare ad ampliarlo. In due pagine c’è l’idea di un libro che poi deve esser sviluppata con l’immaginazione, oppure non c’è proprio la storia, se la storia c’è meglio continuare, altrimenti meglio lasciar perdere e cercarne un’altra. E poi ricorda che chi legge il tuo racconto, si deve innamorare di uno dei personaggi per continuare a leggerlo con interesse. Il tuo compito è creare una storia con dei personaggi di cui potersi innamorare.

Alunno: Quando scrive un libro usa il climax?

Erminia: Cos’è il climax?

Alunno: Per esempio, prima c’è una casa ed un ragazzo felice e poi succede qualcosa…

Erminia: Certo! Far succedere delle cose è fondamentale per arricchire la storia. Non sempre, quando scrivo, ho in mente tutta la storia, le idee mi vengono man mano che scrivo.

Alunno: Perché ha cambiato sempre editore?

Erminia: Io ho sempre lavorato come libraia alla libreria Einaudi, che ora non esiste più, e mi vergognavo di chiedere a loro di pubblicare il mio romanzo, temevo dicessero “ah vedi, scrive anche lei…” e così ho iniziato pubblicando con un piccolo editore. Poi sono stata cercata da Einaudi, Mondadori e Feltrinelli, ho pubblicato un po’ con ognuno di loro, circostanze diverse mi hanno portata da una parte o dall’altra. Il prossimo libro per adulti non so ancora da chi sarà edito, mentre i miei libri per bambini li pubblico con Piemme, collana del Battello a Vapore, le ragazze con cui lavoro sono molto brave e disponibili e come linea vende molto.

Alunna: Io vorrei scrivere la storia di un’onda, ho già scelto il titolo “Aspettando l’onda perfetta”, devo solo decidere cosa raccontare. Ho scelto questo titolo perché questa estate mio papà al mare guardava le onde e aspettava quella perfetta per buttarcisi con la tavola, sperando che quella che arrivasse non fosse troppo corta.

Erminia: Tu, nel tuo libro, puoi aspettare l’onda perfetta per molto tempo, puoi fare accadere diverse cose sulla spiaggia, puoi incontrare delle persone, devi dare un significato alla storia e non farla finire subito. Se l’onda perfetta dovesse arrivare subito non ci sarebbe più una grande attesa. Potresti anche perdere la prima onda perfetta che arriva, magari distratta da qualcosa, ed essere così costretta ad aspettarne un’altra.

Alunno: Io quando ho scritto il mio horror (“Io ho paura del freddo”, vedi sopra) ho preso spunto dal morbo che ha mia mamma, il morbo di Raynaud. Quando fa freddo le vengono le mani blu.

Erminia: Bravo! Hai interiorizzato il problema di tua mamma nel tuo racconto!

Alunno: Una volta ho scritto un racconto horror con un mio amico a computer, ma poi mi hanno rubato il computer!

Erminia: Salva sempre i tuoi racconti anche su una chiavetta! Te la ricordi la storia?

Alunno: La storia me la ricordo bene… era estate, io e questo mio amico facevamo gli autotrasportatori, a un certo punto, mentre stavamo lavorando, ci trovavamo in una strada sterrata che conduceva ad una casa a cui dovevamo effettuare la consegna. Questa casa sembrava un po’ abbandonata, un po’ stregata, quando siamo entrati però sembrava tranquilla… poi però hanno iniziato a succedere cose…

Erminia: Ed aveva un titolo la tua storia?

Alunno: La casa maledetta

Erminia: Speriamo che il ladro non la pubblichi! Sento che tu hai ancora molto bene in mente questa storia, potresti provare a riscriverla. Sarà un po’ complicato, ma dovresti provarci…

Alunno: però finiva male…

Erminia: va bene lo stesso, le storie possono, a volte devono, finire male!

Prof: volevo porgerle anche io una domanda, mi domandavo se lei si documenta sugli aspetti specifici presenti nelle storie che racconta.

Erminia: Io mi documento molto, sto scrivendo un libro su una storia vera, di un ragazzo che mentre era in carcere si è suicidato. Per poter raccontare al meglio questa storia ho dovuto documentarmi sulle carceri, sapere esattamente come fossero le celle, quanto tempo all’aria aperta possano passare i carcerati, come trascorrono le loro giornate. Per documentarmi oltre a leggere dei libri sugli argomenti che tratto, uso anche internet.

Alunno: Dove si trovano i suoi libri?

Erminia: In libreria, alcuni però al momento sono in ristampa, quelli per ragazzi li trovi in alcune librerie più specifiche, come quelle scolastiche.

Sara: Erminia, ci dica a cosa sta lavorando…

Erminia: Sto promuovendo un libro che parla degli ebrei, La casa segreta (pubblicato da Mondadori scolastica nel 2000) perché credo che la memoria dell’olocausto vada mantenuta tutti i giorni, non solamente il giorno della memoria. Voi, che siete giovani, dovete mantenerla ancora di più. Ho deciso di raccontare una storia realmente accaduta perché non c’è bisogno di inventare storie ambientate in quel periodo: ci son tantissime storie a cui dar voce senza ricorrere all’uso della fantasia. Nel mio libro racconto la storia di Dino, marito di una mia carissima amica, della sorella Ester e della loro famiglia di religione ebraica. Non è stato semplice arrivare a questa storia perché Dino non ha mai voluto raccontarla. Quando si parlava del periodo della guerra e delle leggi razziali si limitava a dire che era stato nascosto e gli era andata bene, senza approfondire molto. La sua famiglia aveva una fabbrica a Magenta di oggetti di cartoleria e lui, qualche hanno fa, a distanza di oltre 50 anni, ha dato una grande festa ed ha fatto appendere una targa in memoria delle persone che li hanno aiutati a salvarsi. Dopo questa circostanza sono riuscita a farmi raccontare la loro storia, la storia di una famiglia milanese benestante, abitante in via Vercelli, il cui padre aveva questa fabbrica che ha perso molto durante quel periodo storico: la casa, gli amici, la possibilità di andare a scuola, di essere liberi, molte persone care… Con la promulgazione delle leggi razziali i due ragazzini sono impossibilitati ad andare a scuola e tutte le persone a loro vicine, non ebree, prendono le distanze dall’intera famiglia per paura. Con l’arrivo della guerra lasciano Milano, si spostano in provincia, si stabiliscono in una cascina, nascosti da una famiglia, ma presto questa famiglia, per paura di esser fucilati a loro volta, qualora li avessero scoperti, gli chiede di andarsene “ci dispiace molto, ma abbiamo paura, dovete andare via…”. Allora alcuni operai, fedeli alla famiglia, creano un locale per loro, costruendo delle mura sopra al magazzino e nascondendo l’accesso dietro a delle casse da imballaggio. Dentro questo locale, dove la famiglia era nascosta, c’erano due lampade rosse: quando queste si accendevano, voleva dire che stava arrivando qualcuno per fare un’ispezione alla fabbrica e dovevano stare in silenzio. La famiglia del mio amico Dino, vive così per 18 lunghi mesi, nascosta dal mondo. Quando qualcuno chiede dove sono   scappati, tutti rispondono che se ne sono andati in Svizzera, come ha voluto far credere. Finalmente il 28 aprile, pochi giorni dopo la liberazione dell’Italia da parte degli alleati, poterono tornare ad essere liberi. Trascorrere tutti quei mesi nascosti non era stato semplice per quella famiglia, i figli avevano la speranza di uscire. I genitori però, nonostante cercassero di infondere coraggio ai figli, ne avevano molto poca, conoscendo la realtà ed avendo notizia dei rastrellamenti e di ciò che accadeva fuori dal rifugio. Ieri ero in una biblioteca con Dino, raccontavamo la sua storia, e una bambina, commossa da quello che aveva vissuto ha chiesto se poteva abbracciarlo.

Sara: Ragazzi tra un po’ tocca di nuovo a voi scrivere… il vostro racconto dovrà basarsi su un’avventura… come il libro di Erminia La gola del diavolo. Erminia, ce lo racconti?

Erminia: Ad Asmara esisteva questo abisso, chiamato la gola del diavolo, su cui si raccontavano storie di ogni genere. Io una volta ci sono stata e, nonostante le leggende, non è successo nulla. Nel mio racconto non potevo però raccontare il nulla e sono ricorsa alla fantasia. Ho raccontato che dei bambini erano andati a vedere questo posto e mentre erano lì si è scatenato un temporale, il quale ha provocato una frana, impedendo a questi di tornare verso casa.

Sara: Ragazzi anche a voi è successo qualcosa di simile? Qualcosa di strano? E di inusuale? Erminia, lei cosa ci consiglia per scrivere un racconto?

Erminia: Potreste essere in montagna con qualcuno, amici, genitori e mentre siete lì succede qualcosa… incontrate qualcosa o qualcuno… magari c’è una casa… e chi abita in questa casa? Un mostro? una signora anziana? Decidetelo voi. Oppure siete in auto con la mamma e il papà e la macchina si rompe e succede qualcosa… insomma decidete voi e ricordatevi sempre che nella vita è importante leggere!