Per il Giorno della Memoria la scrittrice Daniela Palumbo, già ospite a La Grande Fabbrica delle Parole, ci parla del suo libro Le valigie di Auschwitz.  Dal libro è stato anche tratto uno spettacolo teatrale a cura del Teatro del Sole.  

Di che cosa parla il tuo libro Le valigie di Auschwitz (Piemme Edizioni, 2011)?
Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa liberano il campo di sterminio di Auschwitz e scoprono l’orrore svelando al mondo le stragi del genocidio nazista. Il libro racconta la storia di cinque bambini ebrei, di paesi diversi (Germania, Italia, Francia, Polonia) la cui vita improvvisamente, drammaticamente, viene sconvolta dalle leggi razziali che polverizzano i diritti civili degli ebrei. Le storie di Carlo, Hannah, Jakob, Emeline, Dawid, sono la traccia di un passaggio che non può essere cancellato.

Perché hai voluto scriverlo?
Il testo prende avvio da una mia ricerca di senso rispetto a quanto accaduto nella Shoah. Una ricerca che non è cominciata ora e non finisce con il libro: come è potuto accadere? Come è potuto accadere che degli esseri umani concepissero un tale orrore? E con una premeditazione inaudita. Quello che sconvolge di più è proprio il calcolo, la preparazione fin nei minimi dettagli dell’annientamento non solo fisico, ma psicologico, umano. Ogni giorno nel lager il prigioniero veniva vessato con il preciso scopo di sottrargli umanità, dignità, forza interiore, identità. Perché la logica del campo di sterminio – applicata con le modalità di una catena di montaggio industriale – era ferrea: gli haftling, i prigionieri, non erano uomini, ma stuck, pezzi in tedesco. E come tali dovevano essere trattati. Tutto questo è accaduto nel cuore della civile Europa, di fronte agli occhi del mondo. E di fronte agli occhi dei bambini, che subirono le leggi razziali senza sapere perché tutto a un tratto erano diventati diversi, esclusi. I bambini ebrei, con le leggi razziali, restano SOLI. Io racconto il punto di vista di un bambino che vede cambiare la sua vita e non comprende cosa accade. E perché.

Ti sei documentata andando direttamente in quei luoghi?
La ricerca di comprensione e la necessità di dare risposte a domande che da tempo sentivo urgenti, mi ha portata ad Auschwitz-Birkenau. Lì, ho visto le migliaia di valigie dove erano scritti i nomi e i cognomi, i luoghi di provenienza di quanti sono stati vigliaccamente inghiottiti dai forni crematori di Auschwitz. Le valigie con i nomi scritti sopra, come nessun altro oggetto di Auschwitz, costituiscono una traccia di identità, di appartenenza, rappresentano la memoria dell’esistenza di esseri umani dei quali non c’è più segno. Se non nel ricordo delle generazioni di oggi e in quelle, mi auguro, di domani.

Qual è per te il valore più importante della memoria?
La trasmissione di generazione in generazione di una storia che appartiene all’Uomo. A tutti gli esseri umani. La Shoah dovrà restare memoria collettiva. Nessuna pagina di storia – per quanto non manchino gli elenchi di crimini umani – ha superato i confini dell’indicibile come quanto accaduto in quegli anni.
Adesso che stanno scomparendo i testimoni diretti, i sopravvissuti dei lager, c’è bisogno che tutti noi – ebrei e non ebrei, basterà appartenere al genere umano – ci sentiamo protagonisti di un “passaggio di testimone”, di un’assunzione di responsabilità, intesa come passaggio di conoscenza, verso i nostri figli, per le generazioni che verranno, in modo che nessuno dimentichi. Primo Levi lo ripeteva spesso: “se è accaduto una volta, può riaccadere”. La necessità della memoria resterà scritta in quel monito.