Adoro La Grande Fabbrica delle Parole. L'impostazione del laboratorio è bella e divertente per tutti, non ci si annoia mai, e l'approccio dei bambini alla narrazione è spiazzante - si impara sempre qualcosa, soprattuto in termini di magia: il semplice, bellissimo impulso del ficcare dei personaggi in qualche strana situazione e vedere cosa ne esce. Un impulso che lo scrittore spesso fatica a ritrovare nella sua integrità, sepolto com'è da centomila altre questioni.
Non solo: trovarsi di fronte a classi ormai completamente miste, con bimbi di origine italiana, asiatica, sudamericana, nordafricana e così via ti fa capire che il grosso del problema "stranieri" viene direttamente svuotato per quanto riguarda l'ultima generazione. Non è più posto nei termini forti - in mala fede o buona fede che sia, destra o sinistra che sia - cui siamo abituati: la sensazione è che non venga proprio posto.
Si è lì tutti insieme, a raccontare storie, punto.