Durante l’intervista dei ragazzi della scuola media Puecher allo scrittore Giorgio Fontana si è parlato del mestiere di scrivere, di progetti per il futuro e… delle domande che uno scrittore, a cui tutti fanno tante domande, vorrebbe fare agli altri.

Di cosa parlano i tuoi libri? Che cosa scrivi?
Non ho un genere preciso. Gli ultimi due romanzi parlano di due giudici. Sono ambientati a Milano e raccontano dei limiti della giustizia e del suo rapporto con la legge.

Hai avuto successo?
L’ultimo ha vinto il premio Campiello 2014 e per questo sono stato premiato a Venezia in una cornice sfarzosa con gente molto elegante. La vittoria ha stimolato le vendite, anche se non è stato facile gestire tutto quello che è venuto dopo.

Come ti è venuta l’idea del libro?
Il protagonista compariva già nel romanzo precedente. L’ispirazione è la parte più irrazionale del lavoro. Può arrivare mentre sei sul tram, camminando, leggendo. Da ogni cosa!

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Ti sei mai ispirato alla vita reale?
Un poco. Il penultimo libro rielabora un caso reale; da lì prosegue la storia.

Guadagni scrivendo?
Sì, anche se è difficile guadagnare facendo soltanto lo scrittore. Fino a sei mesi fa ero impiegato in un’azienda di software. Ora faccio tanti lavori legati in qualche modo alla scrittura: scrivo sceneggiature per “Topolino”, scrivo articoli e insegno scrittura. Mi mantengo.

Cosa ne pensi del tuo libro?
Di solito non rileggo più i libri dopo che li ho consegnati all’editore. Li ho già letti troppe volte scrivendoli. Capita di rileggerli alle presentazioni, agli incontri con la stampa e ci sono sempre delle perplessità. Continueresti a modificare una parola o a chiederti perché hai usato quell’aggettivo anziché un altro. Ma sono abbastanza soddisfatto.

E i tuoi parenti sono contenti?
Bella domanda. Ho iniziato a scrivere a 17 anni e il mio primo libro è stato pubblicato quando ne avevo 26. I miei genitori temevano che fosse un’illusione ma poi sono stati felicissimi.

Hai un capo?
No, non ho un capo. Ma c’è sempre un editore che decide se pubblicarmi o no. Quando lavoravo avevo un capo, ora ho delle responsabilità.

Hai mai pensato di fare altro?
Il calciatore era escluso perché i piedi non erano buoni. Suonavo la chitarra in una band ma non avevo la stoffa e, forse, la dedizione necessaria. Quando scegli cosa fare l’importante è la disciplina. Le parole per me sono sempre state al centro di tutto.

Di solito sarai abituato a sentirti fare delle domande, ma tu hai domande che vorresti fare agli altri?
Quando le persone vengono alle presentazioni dei miei libri mi chiedo sempre perché siano lì. A me in fondo interessano i libri e non incontrare gli scrittori. Qualche volta l’ho chiesto davvero e ho ricevuto risposte diverse: chi voleva conoscermi, chi sapere qualche retroscena sul libro… Qualcuno era lì solo perché fuori pioveva e non sapeva dove ripararsi!

Hai mai pensato di cambiare qualcosa in un libro?
È per questo che non mi rileggo dopo aver pubblicato. C’è sempre qualcosa da cambiare; ma a un certo punto devi chiudere e accettare i tuoi limiti.

Qual è il tuo scrittore preferito?
Franz Kafka. Scrive storie a prima vista inquietanti ma lui in realtà aveva un grande senso dell’umorismo. E una enorme attenzione alle parole usate. Scrisse tre romanzi incompleti e chiese a un suo amico di bruciarli alla sua morte. Per fortuna il suo amico non lo fece.

Ti è mai venuta voglia di mollare tutto?
Sì, ma ho sempre cercato di superare le difficoltà. A volte penso che il tema sia troppo complesso e allora faccio una pausa e poi riprendo e di solito funziona. Ma abbandonare subito no: bisogna provare e riprovare, tentarle tutte. Solo allora si può decidere di abbandonare.

Hai mai preso spunti da un libro o da un film?
Non direttamente, anche se inevitabilmente sono molto ricettivo anche verso ciò che leggo e vedo. Osservo soprattutto piccole cose, immagini, descrizioni. La possibilità di uno spunto può arrivare da ovunque.

Tu compri i tuoi libri?
L’editore me ne manda una decina di copie in omaggio che io regalo a parenti e amici. Se ne devo regalare altri allora sì, li vado a comprare e li firmo.

Cosa stai scrivendo adesso?
Lavoro sempre a 2 o 3 progetti alla volta. Adesso sto scrivendo un romanzo breve e (piano piano) un libro molto lungo e complesso.

Ci metti un anno?
Dipende. In genere di più.

Scrivi tutti i giorni?
Cerco di lavorarci tutti i giorno. A volte scrivo, altre studio, faccio ricerche o correggo.

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Quando vai a comprare un tuo libro ti chiedono l’autografo?
Non sono così conosciuto. Capita alle presentazioni e, qualche volta, nella mia libreria di fiducia.

Un tuo amico ti ha mai detto che un tuo libro non è bello?
È capitato. Ho un amico scrittore con cui ci diciamo tutto in faccia (e questo è il presupposto dell’amicizia). Gli mando i miei romanzi prima di spedirli all’editore e a volte ha fatto delle osservazioni su alcune parti. Ci rimango sempre male ma poi le riscrivo e vado avanti.

Ti hanno mai rifiutato un libro?
Sì; e anche qui ci rimani malissimo. C’è stato un momento, dopo diversi rifiuti, in cui ho messo seriamente in dubbio la mia scrittura. Poi per fortuna le cose sono andate diversamente.

Hai iniziato a scrivere nel 2006?
Il primo libro l’ho pubblicato nel 2007 ma l’ho scritto molto prima, a 23 anni.

E come funziona?
Scrivi, spedisci ad alcune case editrici e aspetti. Molto.

Quanto guadagni?
Di solito l’editore ti paga un anticipo sui diritti d’autore. E poi guadagno una percentuale per ogni copia venduta.

Non pensi mai che un altro possa scrivere meglio la tua storia?
No. Quando scrivi quella è la tua storia e basta. Non c’è competizione con altri.

Perché gli editori impongono una data di consegna?
In realtà tu consegni quando hai finito e poi c’è il lavoro di editing. L’editore a quel punto sa già più o meno quando pubblicherà il libro.

Come ti è venuto in mente il titolo “Morte di un uomo felice”?
Di solito l’autore pensa a uno o più titoli che di solito non piacciono all’editore. Poi l’editore propone dei titoli che di solito non piacciono allo scrittore. Si va avanti così finché non si trova un accordo. In questo caso ho proposto all’editore il titolo e mi ha mandato un sms dicendomi che non aveva ancora letto il libro ma che il titolo gli piaceva già. Ci sono due elementi, la morte e la felicità, che creano subito un contrasto. Mi piaceva.

Che messaggio mandi ai ragazzi come noi?
Primo: leggere tanto e cose diverse tra loro — anche molti fumetti, perché mostrano bene come funzionano le storie — e provare anche letture che ci sembrano distanti. Secondo: scrivere e non fermarsi. Non c’è un traguardo, si impara facendo. Terzo: essere umili e credere in quello che si fa.

 

La Grande Fabbrica delle Parole è un laboratorio gratuito di scrittura creativa per bambini e ragazzi delle scuole elementari e medie, primo in Italia a ispirarsi al modello 826 Valencia, scuola di scrittura no-profit creata dallo scrittore Dave Eggers e dall’educatrice Ninive Calegari. Dal 2009 a oggi più di 5000 bambini hanno partecipato gratuitamente ai nostri laboratori.